Stelle

02/05/2018

Bocelli a cavallo, la passionaccia che lo ha mandato pure in ospedale

Andera Bocelli, nato nel 1958

L’Italia è un Paese identificabile con l’arte, forse è il luogo d'elezione dell’Arte. E Andrea Bocelli, o meglio la sua voce, è uno dei personaggi che più permette questa identificazione. Una carriera densa di successi quella dell'artista toscano e di collaborazioni con personaggi di primissimo piano: Luciano Pavarotti, Giorgia, Jennifer Lopez, Christina Aguilera, Stevie Wonder, Cèline Dion, Ariana Grande, Ed Sheeran… solo per citarne alcuni. Una carriera che lo ha visto esibirsi in alcuni dei più importanti teatri del mondo, ottenendo prestigiosi premi e onorificenze. Forse, pochi sanno che Andrea Bocelli è anche un grande appassionato di cavalli, una passione della quale parla sempre volentieri. Anche se nel settembre scorso gli ha caustao una brutta caduta, finita con il soccorso dell'elicottero del 118. Ma non fu nulla di grave, costole ammacate, lo hanno dimesso dall'ospedale di Pisa dopo qualche ora. Capita

Quando nacque il suo amore per i cavalli?
«E’ una passione che nutro fin dalla mia infanzia. La mia prima cavallina mi fu regalata dal nonno, Alcide, avevo otto anni. Si chiamava Stella, era una avelignese, quindi un incrocio fra stalloni di origine orientale e fattrici pony, cresciute nella zona di Avelengo. Aveva un ottimo carattere. Poi, da ragazzino, chiesi a mio padre un cavallo di statura. Fu così che in casa Bocelli arrivò Andris, una giumenta nera. Da adolescente amavo domare i cavalli io stesso. Naturalmente, complice l'inesperienza, capitava non di rado che venissi disarcionato, ma ero testardo e alla fine avevo la meglio».

Condivide questa passione anche con la sua famiglia?
«Si. Veronica cavalca, cosi come i miei figli, i quali hanno imparato fin da piccoli ad avere con i cavalli una bella confidenza, un rapporto intenso, di grande rispetto».

Quali emozioni prova quand'è a cavallo?
«Il cavallo per me è innanzitutto uno strumento di libertà… È il compagno ideale per un contatto diretto e autentico con la natura. C'è poi, come sa chiunque cavalchi, una complicità, una empatia, che si instaura tra uomo e animale. Il cavallo è in grado di catalizzare le emozioni e lo stato d'animo di chi gli è in groppa...Infine, come spesso ho rimarcato, per me l'equitazione rappresenta anche un mezzo di locomozione pratico, per muovermi in piena autonomia nelle campagne della mia amata Valdera, in Toscana».

Recentemente ha pubblicato nella sua pagina facebook, una foto con un puledro appena nato. È anche allevatore?
«Credo che per dirsi tale, vi sia necessità di altri numeri. Sono un amatore, sono fiero dei miei cavalli che tengo nella tenuta di Poggioncino (www.poggioncino.com, ndr) e trovo meraviglioso poter vivere e condividere l'emozione di un puledro che si affaccia alla vita».

Possiamo dire che i suoi cavalli facciano parte della sua famiglia?
«In un certo senso si. Però penso che con l'animale si debbano stabilire sempre ruoli chiari, inequivocabili. Bisogna essere determinati e talvolta severi, con l'animale ma anche con se stessi… Ciò non toglie che si debba mirare ad una profonda intesa, un'intimità anche d'ordine affettivo. Per i miei cavalli non utilizzo istruttori, ma quando ho avuto la possibilità di incontrare cavalieri importanti, non mi son lasciato sfuggire l'occasione di chieder loro qualche consiglio...ad esempio Filippo Moyersoen, Natale Chiudani, Massimiliano Baroni…».

Riesce a conciliare gli impegni lavorativi e cavalli?
«Il tempo non è mai abbastanza. La mia professione mi porta in giro per il mondo, quindi lontano dalla Toscana e dai miei cavalli. Ma quando torno, dopo gli amici e i parenti più stretti, visitarli e cavalcare è per me una priorità».

Ha mai provato l'emozione di entrare in un ippodromo?
«Più volte. Ad esempio all’ipodromo di San Rossore, ma anche altrove. Inoltre un carissimo amico, imprenditore, per una decina d'anni si è occupato di cavalli da corsa ai massimi livelli…».

Mai pensato di acquistare un cavallo da corsa?
«Sono molto contento dei miei cavalli che attualmente possiedo, compreso uno stallone per riproduzione. Quanto alle razze, l'Arabo è stato mio compagno di vita per tanti anni. Un rapporto particolarmente intenso l'ho avuto col mio cavallo arabo Giasir, un animale straordinario, a modo suo un amico. In seguito ho iniziato a conoscere meglio i cavalli spagnoli, e in ragione della loro bellezza, della loro stazza imponente, e anche della loro maggiore garanzia di sopravvivenza, ho imparato ad amarli, al punto di averne alcuni. Quello andaluso mi sembra un cavallo duttile, che sa essere vivace e atleticamente brillante». 

Bocelli a cavallo a Lajatico (Pisa) condivide la sua passione per i cavalli con il figlio Matteo, anche lui tenore, sia pure diciottenne

Come nacque la passione per il canto?
«Credo che sia un dono del cielo, qualcosa che mi porto dentro da sempre. Quando ero in culla stando ai racconti di mia madre, non appena sentivo un brano musicale, pare che smettessi di piangere, come ipnotizzato dalle voci liriche. Portavo i calzoni corti quando già consumavo i microsolchi che per magia, dal giradischi del salotto, diffondevano le grandi arie operistiche. La musica per me è sempre stata ispirazione, passione, slancio verso la bellezza».

Nel corso della sua carriera, si è esibito davanti a diverse personalità politiche, istituzionali e religiose. Quale ricordo conserva con più affetto?
«Lo dico senza retorica alcuna: ogni concerto ha la sua importanza e la sua bellezza. Una carriera è una casa fatta di mattoni, ciascuno dei quali ha una propria funzione. Altrimenti la casa rischia di crollare». 

Per un artista come lei, quanta importanza riveste il ruolo della famiglia?
«Ritengo sia essenziale per tutti... Un porto sicuro per ogni essere umano. Credo sia il principale mattone della società, una fucina di affetti, un luogo privilegiato dove ricercare armonia e reciproco rispetto… Per me non c'è condizione migliore che poter stare in serenità con la mia famiglia. Quanto ai figli, sono la mia priorità, vengono prima di qualunque altro affetto e impegno: sono la prima ragione della mia vita». 

Lei è un esempio di come nella vita, nonostante le difficoltà, si possano raggiungere traguardi importanti. Si sente di dare qualche consiglio ai giovani di oggi?
«Consiglierei di non darsi per vinti, per nessun motivo, di non smettere mai di credere nelle proprie potenzialità. E poi, umiltà, determinazione e franchezza d'intenti. Raccomanderei di essere il più possibile severi con se stessi, procedendo però con ottimismo, avendo fiducia nelle proprie passioni. Esorterei a coltivare tanti interessi, ad appassionarsi alla vita. Parafrasando una massima del filosofo greco antico Pitagora, suggerirei di prendere buone abitudini (perché il tempo le renderà gradevoli), di essere curiosi e di sapersi tutelare dai preconcetti. Consiglierei di perseguire un comportamento in linea con i propri principi e di tradurre il più possibile ogni dichiarazione d'intenti nella concretezza delle azioni… Ciò che conta è il "fare". Infine, ricorderei loro quanto sia importante, proprio per la qualità della vita, fisica e spirituale, vivere la bellezza che ci circonda e trascorrere del tempo a contatto con la natura». 

 

 

 

 


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