15/01/2019

MANLIO CAPANNA, il tempo non passa mai per Er Mejo ...

di Mario “Amario” Alderici - I tempi duri stanno facendo disaffezionare tanti appassionati e tanti operatori che preferiscono cercare altre strade. C’è anche però chi da oltre mezzo secolo continua a svegliarsi alle 4 e va dove lo porta il cuore: dai suoi cavalli, li accudisce, li attacca al ghig, gli fa da artiere, da vanista, li porta a correre; all’ora di pranzo uno spuntino veloce, una mozzarella e una mela verde (che tra qualche maligno toscano gli costerà la contestazione “di  braccino corto”), ma in realtà è cioò che serve a conservare una forma e una forza davvero invidiabili.
Stiamo parlando di Manlio Capanna, detto Er Mejo, classe 1941, romano che più romano non si può. Manlio giunse in Toscana agli inizi degli Anni ’70 e lavorò con Ubaldino Baldi. Ben presto però riuscì a mettersi in evidenza in proprio con soggetti Kyra e Tranciati Silea. Di Manlio ciò che si apprezza da subito, oltre all’autentica e sincera adorazione per i suoi cavalli, è il grande senso tattico (difficile vederlo allo scoperto, riesce sempre a prendere posizione utile) e l’arte nel comandarli in corsa nelle battute finali, il frustino più agitato che usato sul cavallo, la gamba che va giù dal sulky. E poi un’energia incredibile nello spingerli a colpi di reni e con la mano sul posteriore verso il successo.

Tantissimi i cavalli nella carriera di Manlio, menzionandone qualcuno facciamo torto ad altri... ma negli appassionati toscani è ancora vivo il ricordo di Dadaumpa, che a fine Anni 70 riuscì a battere la campionessa Siginda e vennero giù le tribune de Le Mulina;  e Count Avondale, nell’85 ricordo il mio tifo da adolescente nel Gran Premio Duomo per Manlio e Count Avondale che sfiorò il successo a grossa quota finendo forte - ma non in tempo, ah che rabbia ancora oggi! - per stampare Blim cogliendo un comunque eccellente posto d’onore. Notevole anche l’aver portato ai successi classici Nemo di Jesolo, con cui Manlio vinse il Città di Torino e il Dante Alighieri a Montecatini, acclamato a gran voce dal suo pubblico.
Peraltro un rapporto quello tra Manlio e il pubblico (e anche con la stampa) non sempre idilliaco, principalmente per due motivi: Manlio è un tipo istrionico, folkloristico, talvolta uno showman, il pubblico toscano è appassionato e vociante. Ci fu una corsa in cui Manlio perse con il favorito e fu fischiato, allora ricordo che per molto tempo il nostro Er Mejo ogni volta che vinceva si girava verso la tribuna facendo un po’ di show, bonariamente polemico, e portandosi mano e frustino all’orecchio strillava “Chi è Er Mejo de tuti? Chi è Er Mejo de tuti?”. Poi negli anni successivi il rapporto si è ricucito, perché Manlio avrà certamente sentito l’autentico affetto, la sincera stima e apprezzamento che noi appassionati toscani della tribuna avevamo e abbiamo per lui.
Da ricordare poi il veloce e regolare Oronte, della Giove Pluvio del compianto Raniero Di Stefano, piazzato (molto spesso secondo) in tante classiche e a segno nell’Inverno di Milano e nel Due Mari di Taranto. L’irruento ma potente Cantor Pf che veniva quasi sempre guidato dal proprietario, il cavalier Pino Monti, ma con cui Manlio si affermò  guidandolo
personalmente nel Città di Treviso. Tanti poi i cavalli che non erano dei crack, ma soggetti con cui Manlio ha vinto un sacco di centrali e tris. A memoria ricordo l’americano Pennwood, Irambo Jet, Aghiresu. In un handicap centrale Aghiresu riuscì a battere Evita Guvijo con Bjorn Lindblom e al rientro nelle scuderie Manlio si inginocchiò a baciare i garretti di Aghiresu. Tanti anche gli allievi che hanno appreso molto da Manlio, uno su tutti l’ottimo Antonio Greppi.
L’unica passione di Manlio oltre ai cavalli sono state le donne, dato che è sempre stato un bell’uomo e di ragazze che si avventuravano nelle scuderie di Firenze ne ha fatte piangere tante, quando le lasciava. Ma il suo affetto femminile principale (oltre alla sorella Maria che ha cresciuto 3 femmine da sola) probabilmente è stata la figlia Eleonora avuta in seconde nozze.
Poco succube dei veterinari a differenza di tanti suoi colleghi (“Ogni cosa deve guarire da sé!”), giubba storica rosa con in grigio il nome dei due fratelli scomparsi Andrea e Rodolfo (tutti driver, come anche l’ottimo Ferruccio, oggi allenatore, una dinastia quella dei Capanna di brave persone ostinate, tenaci, rudi, forti, capaci, coraggiose).

Il tempo non passa mai per Manlio Capanna, uomo incredibile che riesce sempre a stupire, non si stanca mai e non molla mai, e a fine anno (il suo 77esimo) ha fatto impressione come è riuscito nella sua Firenze a salvare il successo di Ultimoprincy che, da leader, sembrava ormai a corto di argomenti già sull’ultima curva. Ma Manlio ha tirato giù la gamba dal sulky e ha iniziato a comandarlo come lui sa fare, colpi di reni e spinte con la mano, sembrava un ragazzino, e sul filo ha spinto Ultimoprincy avanti catapultandolo a toccare di un soffio ancora per primo il palo d’arrivo.
Il tempo non passa mai per questo personaggio straordinario, ha un’energia incredibile nonostante mangi e dorma poco, non si stanca mai, in scuderia non è mai fermo. Lo si trova ad accudire i cavalli, con una scopa in mano a pulire il corridoio, poi via a guidare il van fino all’ippodromo e poi in corsa con il consueto entusiasmo.   
Continua come un giovane con un po’ di rammarico per la chiusura del training in ippodromo, “Ci hanno rovinato da quando hanno chiuso le scuderie negli ippodromi, erano piene di gente dalla mattina, erano la vita, hanno cancellato il trotto, te lo dice Manlio”.
Er Mejo, aggiungiamo noi.



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